Je Suis Charlie

“Not in my name”, dice un famoso slogan, e oggi questo slogan lo sento mio come non mai… A ogni attentato vorrei urlare e far capire alla gente che l’islam non è roba di quei tizi con le barbe lunghe e con quei vestiti ridicoli. L’islam non è roba loro, l’islam è nostro, di noi che crediamo nella pace. Quelli sono solo caricature, vorrei dire. Si vestono così apposta per farvi paura. È tutto un piano, svegliamoci.
Per questo dico che mi hanno dichiarato guerra. Anzi, ci hanno dichiarato guerra.
Questo attentato non è solo un attacco alla libertà di espressione, ma è un attacco ai valori democratici che ci tengono insieme. L’Europa è formata da cittadini ebrei, cristiani, musulmani, buddisti, atei e così via. Siamo in tanti e conviviamo.
Trovo bellissimo che alla moschea di Roma alla fine del Ramadan, per l’Eid, ci siano a festeggiare con noi tanti cristiani ed ebrei. Ed è bello per me augurare agli amici cristiani buon Natale e agli amici ebrei happy Hanukkah. È bello farsi due risate con gli amici atei e ridere di tutto. Si può ridere di tutto, si deve. Ecco perché questo attentato di oggi è così pauroso.”
– Igiaba Scego, Internazionale

Un blog che parla di moda non si dovrebbe occupare di fatti di cronaca, alcuni fatti però, non possono proprio passare inosservati; del resto come fai a parlare di moda quando sei così scosso da quello che accade intorno a te, come fai a parlare di moda quando la libertà di opinione viene attaccata in un modo così duro.

Tutti abbiamo letto con orrore quello che è accaduto a Parigi pochi giorni fa al giornale Charlie Hebdo e di come il terrorismo islamico, nel nome di Allah, abbia deciso di togliere la vita a 12 persone, colpendo uno dei simboli della democrazia: il giornale. Proprio la democrazia è bersaglio di questi gesti e, insieme ad essa la nostra libertà di scegliere, di informarci, di esprimerci, anche attraverso la satira.

Non ci sono abbastanza parole per condannare i gesti di chi non contempla idee, ideologie, culture differenti dalle proprie e, dire di essere vicini al popolo francese e alle famiglie che hanno subito le perdite possono sembrare soltanto frasi di circostanza.
Quello che vorrei davvero commentare e che mi intristisce ulteriormente è di come questa brutta vicenda venga strumentalizzata da opinionisti e politici vari per creare ancora più odio, nei confronti dell’Islam, nei confronti degli immigrati e di figli di immigrati. Perché è inutile nascondersi dietro a un dito, è davvero facile generalizzare e capita a tutti; capita anche a me di pensare all’11 settembre se in aereo vicino a me c’è una donna con il velo e questo non è giusto, è quello che vogliono gli estremisti, è quello che vogliono i fanatici che forse, il vero Islam neanche lo conoscono.

Tra tutte le cose che ho letto sul web mi ha davvero colpito un articolo scritto da Igiaba Scego le cui frasi ho riportato all’inizio del mio post. Invito tutti voi a leggere le sue parole che la dicono lunga su quanto i musulmani siano lontani anni luce dai gesti compiuti a Parigi.
Quello che gli estremisti vogliono oltre che minare la democrazia, è fomentare l’odio del popolo occidentale verso quello musulmano e, se non possiamo certo ridare la vita a chi l’ha persa per diffondere le proprie idee, di certo possiamo fare in modo che questo intento sia vano; possiamo diffondere le voci di tutti quelli che credono che l’Islam abbia un messaggio di pace, possiamo disprezzare chi promuove l’islamofobia, possiamo e dobbiamo spiegare questa vicenda ai nostri figli, perché non crescano nutrendo odio verso il loro compagno di scuola musulmano.

Nutrire le menti dei più piccoli era tra i tanti, uno degli intenti di Charb, il direttore di Charlie Hebdo, che aveva ideato Quotillon, la mascotte di Mon Quotidien, un quotidiano francese per bambini, il quale, il giorno dopo la strage ha pubblicato un numero speciale per spiegare ai bambini quello che era accaduto.

In un’ intervista Charb dichiarò: “Non ho paura delle rappresaglie. Non ho figli, non ho una moglie, non ho un’auto, non ho debiti. Forse potrà suonare un po’ pomposo, ma preferisco morire in piedi che vivere in ginocchio”
Sono le parole di un uomo per il quale, poter esprimere la propria opinione, aveva un valore più grande della vita stessa, la sua dichiarazione può essere condivisibile o meno, in ogni caso perdere la vita per la libertà di espressione non può essere tollerabile.
Per la mia abitudine di usare i sei cappelli per pensare, apprezzo la scelta di alcuni giornali come il New York Times o il Washington Post di non “pubblicare materiale offensivo nei confronti di gruppi religiosi”. Credo che libertà significhi anche non “offendere” volontariamente le idee degli altri, credo anche però, che le vignette considerate “offensive” siano soltanto un pretesto per giustificare azioni che forse avrebbero potuto avere qualsiasi altro movente, qualche esempio passato?

Basti pensare a Salman Rushdie, scrittore inglese sulla cui testa pende dal 1989 una condanna a morte a causa di un brano del suo libro “I versi satanici” considerato offensivo nei confronti della religione islamica.
Da allora Rushdie è entrato in un programma di protezione britannico mai terminato; un traduttore giapponese del libro è stato ucciso, un traduttore italiano e un editore norvegese feriti e, ogni anno riceve ancora una cartolina da parte del regime iraniano che gli ricorda che ha ancora intenzione di ucciderlo.

Marek Halter, scrittore e filosofo francese, attivista per la pace in medio Oriente e amico di due vignettisti uccisi scrive:
“Trentamila fanatici stanno terrorizzando sette miliardi di esseri umani, e possono farlo perché questi sette miliardi di individui non si tengono per mano. Quando ciò avverrà, i terroristi scompariranno nel nulla”. – Marek Halter

Credo che le sue parole siano vere, come credo che ci siano tanti interessi che impediscono oggi che questo avvenga, tuttavia non posso fare a meno di ricordare un viaggio e un luogo visitato anni fa: il Monte Sinai e il Monastero di S. Caterina in Egitto.
È il più antico monastero cristiano ancora esistente, risale al VI secolo, è stato dichiarato Patrimonio dell’Umanità dall’UNESCO perché luogo sacro per il Cristianesimo, per l’Islam e per l’Ebraismo; è l’unico monastero al mondo ad avere al suo interno una chiesa, una moschea e una sinagoga, la guida ci disse che quello è un luogo “franco” è l’unico posto al mondo in cui tre grandi religioni hanno imparato a convivere. Anche sulla cima del Monte Sinai si respirava lo stesso spirito; persone di differenti nazionalità, ceto sociale e religione pregavano, ognuna a suo modo, il proprio Dio. Quell’esperienza allora mi fece capire come non può esistere una sola verità e mi diede speranza, quella che ho ancora oggi, che possa esistere un luogo “franco” dove imparare a convivere.

Arc de Triomphe Parigi

Arc de Triomphe Parigi

Tributo a Charlie Hebdo India

Tributo a Charlie Hebdo India

Giornalisti iracheni

Giornalisti iracheni

Le Monde

Le Monde

Gaza

Gaza

Vignettisti musulmani

Vignettisti musulmani

Vignettisti musulmani

Vignettisti musulmani

Vignettisti musulmani

Vignettisti musulmani

Lucille Clerc

Lucille Clerc

Tour Eiffel

Tour Eiffel

The New Yorker

The New Yorker

Mon Quotidie

Mon Quotidie

Quotillon la mascotte di Mon Quotidien

Quotillon la mascotte di Mon Quotidien

Monastero di S. Caterina

Monastero di S. Caterina

Monte Sinai

Monte Sinai

Monte Sinai

Monte Sinai

Monte Sinai

Monte Sinai

Riguardo l'Autore /

francesco.calculli@hotmail.it

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